AUSTERITY O DERISIONE?

   
 

Caro Antonio,

assisto attonito e non senza preoccupazione alle dichiarazioni che gli esponenti del Governo stanno rilasciando in merito al piano di austerity che è in discussione.

A prescindere dai proclami, l'impressione è che ancora una volta saranno i ceti più bassi a sostenere i costi dell'incapacità di far fronte alla crisi economica: tagliare sul pubblico (e quindi anche sui servizi essenziali che lo Stato dovrebbe garantire) per ottenere risultati immediati, senza però intervenire nel profondo del sistema Italia per dare stabilità economica al Paese e creare un clima favorevole alla ripresa. Non si perde il brutto vizio degli interventi straordinari e di emergenza anziché programmare il futuro (che di fatto oggi, invece, si sta seriamente compromettendo).

Ritengo le ultime dichiarazioni del Ministro dell’Economia tragicomiche: «Taglio del 5% dello stipendio dei parlamentari? E' solo l'aperitivo».

Mi domando: ma perché fermarsi all'aperitivo? Una volta che è salito l'appetito passiamo ai primi, e poi ai secondi, alla frutta ed al dolce (con tanto di caffè e ammazzacaffè). Sono convinto che il taglio degli stipendi dei Parlamentari possa avere un suo riflesso “pedagogico” e che possa assolvere ad un compito educativo; ma, se si ha l’intenzione di porre in essere misure sostanziali, perché allora non ricondurre alla sobrietà la politica livellando alla media europea gli stipendi dei nostri parlamentari? (ciò tra l’altro avrebbe la doppia utilità, di ridare una equilibrata misura al riconoscimento economico dovuto per l’impegno politico, di ricondurre la politica,  che è servizio al cittadino e non un percorso di carriera, alla giusta dimensione dell’impegno civile,di fatto eliminando molti degli appetiti che girano intorno ad essa): 

Stipendi Deputati Paesi UE

ITALIA

144.084

AUSTRIA

106.583

OLANDA

86.125

GERMANIA

84.108

GRAN BRETAGNA

81.600

FRANCIA

62.779

PORTOGALLO

41.387

SPAGNA

35.051

REPUBBLICA CECA

24.180

POLONIA

7.370

Ma sono convinto che siamo al populismo più puro. Anche perché di fatto, il taglio del 5%, produrrebbe risultati minimi:

Retribuzione mensile netta                               Effetti del taglio del 5%

DEPUTATO

15.157,72

757,89

SENATORE

13.011,03

650,55

MINISTRO

17.079,12

853,96

Un proclama ipocrita dai contorni gattopardeschi, che vuol apparire rivoluzionario ma che in fondo diventa lo strumento per non perdere poteri e privilegi, scaricando il vero costo della crisi economica su altre spalle.

Il rischio, infatti, è che dietro queste dichiarazioni possa celarsi davvero lo spettro di una stagione di grandi sacrifici per il ceto medio basso, quello che sostiene la crescita del Paese. Senza considerare che ciò potrebbe mettere in campo tutta una serie di logiche speculari che permetterebbero solo di  allargare le forbici della disparità economico-sociale, indebolendo la nostra fragile democrazia: è attraverso un impoverimento economico del ceto medio basso, infatti, che si sfibra e si snerva il tessuto democratico di un Paese.

Il rischio di limitare a pochi la possibilità di partecipare attivamente alla vita economica e sociale del Paese, la crisi costituzionale che viviamo oggi unita alla sistematica aggressione alla libertà di stampa e all’autonomia della magistratura che è componente essenziale della separazione dei poteri, non solo intaccano la nostra democrazia ma definiscono un quadro assai più preoccupante della crisi economica stessa.

Ciò è aggravato dal fatto che, nella sostanza, è completamente assente un progetto di rilancio del Paese: non vi è alcuna politica di rilancio salariale (l’Italia è uno dei Paesi dell’Unione Europea con la media stipendi più bassa); la filiera della formazione del sapere è di fatto al centro di un piano di depotenziamento, sia per quanto riguarda la formazione primaria e secondaria (meno scuole, meno materie, meno ore di lezione, meno docenti, classi numerose ed ingestibili), che per quella universitaria (tagli agli Atenei pubblici che si traducono in una riduzione dell’offerta formativa con relativo  abbattimento del numero dei Corsi di Laurea); manca una politica di sostegno alla ricerca scientifica (l’Italia è tra i Paesi dell’UE che meno investe in Ricerca ed il ruolo del Ricercatore universitario è di fatto mandato ad esaurimento); non c’è traccia di politiche occupazionali (il sistema di turn-over che si sta ponendo in essere non consentirà più di bandire concorsi pubblici se non una tantum, mancano strumenti di inserimento dei giovani laureati e non nel mondo del lavoro, non vi sono politiche adeguate per invogliare le imprese ad assumerne) e, mentre le aziende chiudono ed aumenta il numero dei lavoratori cassintegrati e licenziati, quel poco di lavoro che c’è troppo spesso è precario, malpagato e sfruttato; inoltre, non vi è nel nostro Paese la benché minima traccia di un welfare inclusivo che si traduca nella vicinanza dello Stato al cittadino (dai servizi sanitari alla realizzazione di piani di reale intervento e sostegno sociale); non ultimo, la corruzione sta tornando ad essere sistema riproponendo lo spettro di tangentopoli: il nostro Paese è sempre più in basso nelle classifiche stilate dall'Eurobarometro, fenomeno che è tra le prime preoccupazioni delle aziende straniere che vogliono investire nel Bel Paese e che, come affermato dalla Corte dei Conti, “è talmente rilevante da minacciare lo sviluppo economico, soprattutto al Sud, che riduce al lumicino gli investimenti esteri, la fiducia nelle istituzioni e la speranza nel futuro alle generazioni di giovani, di cittadini e imprese” (e tutto ciò nell’indifferenza più totale del Governo e di gran parte del Parlamento che al di là di qualche fin troppo scontata dichiarazione finge che tutto vada bene).

E, mentre il Paese arretra dietro lo spettro del familismo amorale, dove il benessere collettivo è posposto a tutto e schiacciato sotto i macigni dell’interesse e della ricchezza personale o della cerchia ristretta, il dibattito parlamentare viene concentrato su un federalismo di cui non sappiamo nulla, che non è stato studiato, e di cui non si conoscono le prospettive e gli effetti (se cioè sarà davvero utile al Paese o lo indebolirà ulteriormente) e che rischia di essere, non soltanto un salto nel vuoto, ma una brutta formula di separatismo regionale, al solo scopo di accontentare il capriccio-ricatto della Lega per la tenuta del Governo; o, ancora peggio, viene impegnato per discutere provvedimenti che di fatto limitano la libertà di stampa e gli strumenti di indagine della magistratura (vedi il ddl sulle intercettazioni), dando l’immagine di un Paese con una democrazia malata.

Fossimo votati alla serietà, ci sarebbero davvero interventi consistenti che potrebbero indicare la via d’uscita dalla crisi, manovre che andrebbero poi coniugate con delle responsabili politiche pubbliche.

Da un lato, infatti, è necessario “trovare risorse” riducendo tutti gli sprechi, iniziando proprio dalla politica, abolendo la miriade di privilegi di cui gode, abbattendo gli stipendi dei politici, e azzerando le anomalie della nostro sistema (solo a titolo esemplificativo: dall’evasione fiscale il cui ammontare è pari a due Leggi Finanziarie, al condono degli abusi che istigano al non rispetto delle regole, ad una tassazione adeguata delle rendite finanziarie); dall’altro, è fondamentale investire queste risorse per trasformare l’uguaglianza di diritto in uguaglianza di fatto (per rendere virtuoso e stabile il nostro sistema economico, anche e soprattutto al fine di mantenere gli impegni presi con il Patto di Stabilità), dando quindi attuazione alla Costituzione.

A tal fine è necessario ideare una manovra che tenda, almeno come principio, alla piena occupazione (offrendo cioè la possibilità ad ogni uomo di lavorare), ponendo in essere una seria politica di rilancio salariale che ridistribuisca il reddito per rilanciare i consumi, senza rinunciare a dare stabilità al lavoro (offrendo a tutti la possibilità di trarre dal proprio lavoro i mezzi per vivere dignitosamente), tornando a puntare sulla formazione del sapere, riqualificando la Scuola e l’Università pubblica, investendo nelle scienze e sulla modernità della conoscenza.

Allo stesso tempo, occorrerebbe realizzare una vera competitività nel mercato dei grandi appalti, dove ogni impresa possa costruire il proprio destino senza essere soggetta ai vincoli ed ai condizionamenti dei fattori inquinanti di un sistema saturo a causa della corruzione, e immaginare un piano che, se da una parte tenda alla concorrenza perfetta, dall’altra sostenga il sistema di piccole e medie imprese che sono il motore della nostra economia, rilanciando il sistema produttivo.

Una nuova pianificazione che non dovrà prescindere da un disegno di Stato Sociale che non permetta l’isolamento e l’emarginazione del cittadino

Se si vuole evitare che questa crisi concentri la ricchezza nelle mani dei pochi impoverendo il ceto medio e basso, e che anzi serva per far maturare e riequilibrare le discrepanze del nostro sistema, è necessario che ci sia, da parte della politica innanzitutto, un’assunzione di grande responsabilità.

Certo, la settimana cortissima in Parlamento - dall'inizio dell'anno a Montecitorio le ore d'aula sono state poco meno di 305, ovvero 16 per ogni settimana lavorativa, mentre a Palazzo Madama, dove non si è mai tenuta una seduta il lunedì o il venerdì, la settimana lavorativa è pari a sole 9 ore (vedi articolo di Carmelo Lopapa su La Repubblica del 18.05.2010) -  e un Governo distratto dagli scandali che stanno interessando suoi autorevoli rappresentanti e impegnato a risolvere le beghe interne con i dissidenti Finiani e ad accontentare il capriccio federalista di Bossi, sono tutti fattori che non fanno ben sperare.

Se ci si dovesse appiattire su dichiarazioni facilmente rassicuranti senza intervenire nel profondo, pensando che tutto si risolverà grazie alle automatiche dinamiche dei mercati o per l’intervento delle organizzazioni sovranazionali, rischieremo solo di apparire inadeguati rispetto alla sfida che abbiamo davanti: l'illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva

Enzo Giacco