SALVATORE VELTRI E LA SUA IDEA SU AMANTEA DEL FUTURO

   

 

Diffamazioni e calunnie di una precedente amministrazione, interventi pubblici elettoralistici di politici che si autodefinisco veri “non fanno la primavera di Amantea” anzi ancora una volta affondano le capacità organizzative e di accoglienza dei  comuni cittadini “il vero lustro della città” la notte bianca ne è il  banco di prova dove organizzazione e accoglienza  sono i veri spettatori; seppelliamo il passato senza dimenticarlo e guardiamo ad un prossimo futuro di una buona amministrazione capace di organizzarsi e di ricondurre la politica del paese al ruolo della virtù civica e sociale  della cittadina.

Un progetto per Amantea 

Un progetto per Amantea che potrebbe diventare realtà, se associazioni e amministratori lo rendessero vivo attraverso un operoso contributo in mezzi e idee, dovrebbe far capo ad un rinnovato associazionismo capace di anteporre agli interessi particolari e/o di casta una attiva politica del “fare”.  
Questi signori dovrebbero provare a immaginare (e vedere) una storia di tanto tempo fa (1630 circa) quando patrizi, nobili di toga, braccianti e pescatori si ribellarono  ricorrendo a tutti i mezzi pur di riaffermare la propria indipendenza e il proprio ruolo nei riguardi di Filippo IV di Spagna che, per ricostruire le proprie finanze esaurite nella guerre di  Lombardia, ordinò la vendita della città di Amantea (comprensiva di S.Pietro) al Principe di Belmonte Orazio Ravaschieri  per sessantamila ducati. Questo gesto  rinnovò nel cuore, nello spirito, e nella conoscenza i cittadini di Amantea. Da allora ad oggi però sembrerebbe che gli esclusi  dalle politiche amministrative,  a meno che non facciano parte di un associazione riconducibile alla stessa amministrazione, partecipano come silenziosi testimoni alle vicende politiche e sociali della comunità. 
Unici protagonisti dei cambiamenti sono gli amministratori e sopratutto i “vecchi marpioni” di un ventennio fa.  Aggiungiamo che alcuni di essi hanno già percorso il loro  cammino politico e, personalmente, non ho visto attraverso il loro operato grosse trasformazioni capaci di rinvigorire e cambiare in meglio il tessuto urbano e sociale della città.
Andiamo pure avanti e noteremo che Amantea agli inizi del settecento fu pensata dai nobili di toga, dai patrizi, e dalla popolazione artigiana di Catocastro Paraporto e Taverna, come una  città ricca e fiorente soprattutto nella cultura e nelle professioni. Questo  nonostante i continui attacchi dei pirati e le continue offese della forza naturale degli elementi. 
In effetti la comunità amanteana di quel tempo ha sempre ricondotto le sorti della cittadina attorno a quel Castello dalla forma irregolare, a quella chiesetta eptagonale di S. Francesco  che sembra volesse dialogare con la Torre di avvistamento e il Mulino ad acqua posto ai piedi della rocca.  
Verso la fine del settecento, per imposizione, ecco l'innalzarsi del Palazzo dei Gesuiti. Il destino si compie: Amantiella ‘a terza vede la luce come centro di primaria importanza nell’alto tirreno calabrese. Qualcuno pensa si tratti della terza Università cattolica nata in Italia! Questi avvenimenti interrompono però quel dialogo vivo e operoso che persisteva tra i sopracitati tre elementi cetuali.
E’ chiaro che quanto detto  riflette la storia di una grande città che, sebbene non mancasse di organizzazione e innovazione, è rimasta sempre sottotono rispetto a tante consimili realtà urbane di nuova concezione.
Ecco allora l'idea di un ipotetico  progetto che nel suo essere vuole dare un piccolo, ma significativo, contributo alla rinascita di una parte del  paese e potrebbe, in ultima analisi,  essere un volano di sviluppo per tante altre realtà. 
La  concretizzazione di questo  lavoro  deve veder impegnate forze amministrative e forze associative  in un’azione comune dove qualità umane, culturali e professionali di ognuno siano espresse al meglio delle potenzialità. 
Una prima fase potrebbe essere costituita da sopralluoghi cui seguono rilievi fotografici per determinarne l’ambiente e il paesaggio. Una volta completato questo percorso di nemesi storica lo si arricchisce con una illuminazione artificiale attenta a magnificarne (in notturno) gli aspetti più belli e evocativi.
La luce (visibile a grande distanza e come nel passato proiettata verso un vastissimo mare -  ma non solo-) rappresenta pertanto un simbolico “faro”  non solo per la chiesetta la torre e i due archi posti sopra Amantea ma anche per l'imponente e diroccato Palazzo dei Gesuiti che ci diede - come ricordato pocanzi -  l'appellativo di Amantiella ‘a terza e il Mulino, il più piccolo ma forse il più nobile che diede altresì luogo in passato al quel costruttivo e felice dialogo tra la popolazione artigiana e i ceti medio-alti.
E’ un pensiero che ai più potrà apparire paradossale, ma credo sia condiviso e apprezzato da un nutrito gruppo di persone che – come il sottoscritto - da molto tempo prova a   dare il giusto risalto alle qualità storiche, architettoniche e ambientali, rimaste intatte in molte parti della città.
La seconda fase potrebbe essere la messa in cantiere  di un restauro, la ricostruzione e la messa in sicurezza di alcuni locali delle rovine del Castello, al fine di ridare vita a mura ormai abbandonate da anni all’incuria e alla dimenticanza; lo stesso dicasi dei coevi  locali sotterranei scavati nella viva roccia. 
Creare un eco-museo storico interattivo, usando tecnologie informatiche, che permettono di sostituire la tradizionale esposizione di reperti e opere in luoghi che per ovvie ragioni di tutela rappresentano essi stessi dei musei. L’interattività potrà dunque avvalersi di  proiezioni, suoni e visioni che raccontino nel dettaglio l’evoluzione storica del territorio, della sua architettura, del suo ambiente. 
Degli esperti di settore potrebbero diffondere e pubblicizzare le notizie riguardanti il lavoro e ritrarne fotograficamente le fasi, per poi dar luogo ad una mostra fotografica in itinere. 
Ovviamente quanto detto  deve tener conto delle reali possibilità economiche e di bilancio delle amministrazioni.
Tuttavia l'approfondimento, il rilievo grafico e fotografico e la conoscenza dei luoghi del progetto darebbero “lettura” della trama delle rovine, al fine di riconoscerne le parti, per risalire da queste alla forma originaria (oggi non evidente, a causa di crolli successivi e dalla persistente  vegetazione che ricopre le rovine).
Le tracce di edifici e strutture, i percorsi, che segnano la trama distributiva del complesso urbano, devono essere oggetto, innanzitutto, di un rilievo approfondito e scientifico, partendo da tutto ciò che è possibile  reperire come fonte scritta all’interno dell’archivio Comunale. Il rilievo, la conoscenza dimensionale, costruttiva, geometrica e tecnologica dell’architettura è la prima fase di ogni progetto di restauro, cui segue un’indagine storica e archivistica, e un’approfondita osservazione diretta dei monumenti. In pratica i soggetti interessati devono “conoscerne la lingua”. 
Questa fase, con l’elaborazione grafica dei vecchi rilievi, servirebbe di base alla progettazione architettonica. 
A questo punto si potrebbe ripercorrere  la millenaria storia del Castello. 
Gli strumenti attuali del rilievo, della misurazione e della costruzione di modelli grafici, usati oggi da architetti e muratori  si sono evoluti in maniera notevole. Pertanto le sofisticate strumentazioni tecniche e informatiche, permettono una precisione e una velocità di lavoro che non molto tempo fa era impensabile.  Infatti si potrebbe redigere un disegno generale, dal quale risulti chiara la forma urbanistica e la consistenza del tessuto architettonico, progettando inoltre una serie di pannelli illustrativi da inserire in modo discreto all’interno del percorso  per renderne agevole la lettura e la comprensione.  Non ultimo  la creazione di una sorta di parco storico  (complemento e parte viva del museo storico interattivo).
Tutto questo renderebbe Amantea uno dei centri storici più belli della Calabria donando alla cittadina una rivitalizzazione da tempo dimenticata. 
Realizzare un  tale progetto impegna senza dubbio una spesa consistente ma la prima fase, ossia l’illuminazione del Castello e dei monumenti,  in parte  già esistente. Il completamento potrebbe realizzarsi a costo zero se  amministratori e politici si muovessero contattando aziende di settore alla ricerca di sponsorizzazioni (Enel, Energrid Energreen, ma anche aziende private che oggi operano nel campo dell'energia solare e pannelli fotovoltaici).  Si pensi che altrove in Italia, dove la presenza del sole è limitata  in alcuni casi ad un’ora al giorno, intere comunità cittadine di sette-ottomila abitanti  vengono alimentate da energia solare! 
Noi saremmo capaci di produrne tre volte tanto  rispetto al reale fabbisogno e quindi tale energia potrebbe essere  rivenduta allo stesso fornitore ad un prezzo superiore a quello d'acquisto. Il “progetto illuminotecnico”, pensato secondo gli standard più evoluti, potrebbe rappresentare la chiave di volta d’un rinnovato eco-sviluppo capace di produrre anche tra i giovani cultura e occupazione. Naturalmente il progetto dovrebbe estendersi alla parte delle rovine da restaurare mediante l’identificazione notturna dei percorsi all’interno della trama urbana del borgo in rovina. 
Pertanto circa i concetti di intervento e restauro su architetture e tessuti antichi danneggiati o distrutti, sarà opportuno stabilire il principio della “ricostruzione com’era e dov’era”, recuperando materiali, tecniche e forme costruttive tramandate dalla tradizione. 
Naturalmente, una volta posti in sicurezza gli edifici, e ove possibile ristrutturati, bisognerebbe ridare vita a questi ultimi con l'esposizione di strumenti propri di mestieri ormai dimenticati. 
Recuperare  dunque la manodopera dei vecchi artigiani a partire dall'agricoltura mediante  aratro, della pastorizia con gli antichi ed efficaci tosa pecore, dei telai  per la lavorazione della lana, senza per questo omettere le manifatture della pesca (la lavorazione e conservazione del pesce), la tradizionale navigazione attraverso rotte sconosciute ai più  ma di fondamentale importanza commerciale nel passato. 
Inoltre il Palazzo dei Gesuiti  potrebbe essere – data la notevole rilevanza storica – una palestra di studio e di apprendimento per l'intera comunità cittadina e per appagare la curiosità culturale del turista.
Naturalmente ancora una volta le esigue  forze economiche non possono da sole gestire un’operazione così ampia ma, se  impegnate fin da subito nello studio e nella conoscenza dei complessi architettonici attraverso gli  strumenti della cultura storica e  artistica, potremmo già noi stessi dare un notevole contributo. Inoltre la ricerca di sponsor e di fonti di finanziamento dovrebbe essere un lavoro sistematico per le future  associazioni e per l'amministrazione stessa, coinvolgendo altresì scuole, enti, e aziende che potrebbero essere la moneta di scambio  tra finanziamenti  pubblici europei e regionali.       

distinti Salvatore Veltri