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NOTIZIE DA AMANTEA |
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Nuovo libro di Sergio Ruggiero "La Rosa D'Ajello" |
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Premessa di Roberto Musì Prologo Sintesi Commento Giuseppe Marchese |
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premessa di Roberto Musì
La Rosa d’Ajello
Romanzo Nel 1268 gli angioini entrarono in ajello. l’anno appresso assediarono amantea, e dopo averla conquistata in seguito ad un estenuante assedio, commisero spaventose atrocità. In un tempo lontano, ottenebrato dalla violenza e dall’orrore, una storia di magia, di eroismo e d’amore senza fine.
PREMESSA Il romanzo “La rosa d’Ajello” di Sergio Ruggiero contiene alcune caratteristiche tipiche del cosiddetto “romanzo storico”, cioè a dire quella mescolanza di parti storiche e parti inventate che la mano vigile dell’autore cerca di mettere insieme con equilibrio e compostezza. Come sappiamo tutto questo avviene quando un autore sceglie un’epoca del passato e vi ambienta la propria vicenda con ricchezza di particolari e precisione documentaria, rievoca epoche, personaggi e ambienti del passato mischiando liberamente fantasia e realtà. Nella letteratura italiana gli esempi illustri di romanzo storico non mancano, da Alessandro Manzoni a Umberto Eco, non foss’altro per l’ispirazione e gli spunti offerti alla meditazione dei giovani scrittori di oggi. Difatti ci sembra questa l’operazione tentata da Ruggiero, il quale ha raccontato una storia ambientata nella Calabria medievale della conquista angioina ed in particolare nella piccola città ghibellina di Ajello che subì, nel 1269, un duro assedio contemporaneamente ad Amantea (ma alcuni storici collocano l’assedio di Ajello un anno prima). Le efferatezze commesse in quelle circostanze trovano testimonianza in alcuni documenti della Cancellerìa angioina giunti fino a noi grazie alla ricostruzione degli archivisti napoletani che riuscirono a salvarli dopo i bombardamenti di Napoli del 1943. Carlo I° d’Angiò, sconfitto Corradino a Tagliacozzo e fattolo decapitare in Piazza Mercato a Napoli (1268), scende nel Sud dove trova, oltre Lucera, Ajello ed Amantea che resistono fieramente alla penetrazione guelfa nelle Calabrie. Sui due centri calabresi si abbattè un’ondata di terrore e tutto questo, tra incredibili vessazioni e inaudite crudeltà, non potè che favorire un clima sempre più teso di odi e di sospetti che, non dimentichiamolo, erano diffusissimi in tutto il meridione d’Italia dove, desideri di “revanche” e rancori, commisti ad una sorta di ribellismo sociale endemico, non potevano che costituire un pericoloso deterrente. Nemmeno l’impegno e la determinazione di re Carlo nel mettere in moto una macchina amministrativa statale efficiente, varranno a sopire, in seguito, sotterranee e sempre più scoperte inquietudini. Scrive il Runciman, noto storico inglese di scuola oxfordiana : “Non si può negare che il governo di Carlo sia stato competente ed efficiente. Assicurò infatti, ordine, giustizia ed una certa prosperità. Ma non godè di popolarità tra i sudditi, che per temperamento detestavano un governo meticoloso, invadente ed autoritario; e soprattutto lo detestavano perché era straniero”. Questo dunque il quadro storico entro il quale si muovono i personaggi del romanzo, che danno vita ad una serie di vicissitudini ricche ed avvincenti, in cui la multiforme fantasia dell’autore ordina e regola tutto l’impianto narrativo. Ruggiero non ha fatto altro che narrarci una storia di opposizione a quel regime, in cui alcuni personaggi, pur ricorrendo al terrorismo puro e semplice, lottano e sperano in un mondo migliore. Non è del tutto estraneo al romanzo una filosofia di stampo gioachimita che aleggia attorno all’intera vicenda. Forse involontariamente i fatti narrati si prestano ad una lettura che rimanda alla recente attualità del fenomeno del terrorismo con la presenza di giovani che nutrono sogni palingenetici ed utopistici con tanto di “grande vecchio” che ispira ed in qualche modo dirige le azioni terroristiche. Il ricorso ai temi del misticismo e all’escatologia gioachimita spiega in parte tutto questo aggiungendo ulteriori significati presenti in questa singolare opera narrativa. Intrigante nella trama e scorrevole nel linguaggio, ricco di dettagliate e convincenti descrizioni, il racconto fornisce misurati e validi spunti di riflessione storica senza mai scadere nella ridondanza storiografica, delineando scenari e situazioni che non mancheranno di coinvolgere gli amanti della storia ed anche della filologia, oltre che, naturalmente, gli appassionati dell’oscuro quanto ricco medioevo calabrese. Appare ben dosata e non sfugge all’attento lettore la rappresentazione di scene truculente, di combattimenti e di violenza, descritte con realismo, in alcuni casi con brutale e finanche spettacolare dovizia di dettagli. Bisogna dire infine che i protagonisti, nelle scene di serrati dialoghi, di riflessioni e situazioni talora capziose, rimandano ad una sorta di codice d’onore che l’autore mette in evidenza per esaltare caratteri e personalità, fino a disegnare una specifica esemplarità. Pensiamo sopratutto a due figure che giganteggiano nelle pieghe del romanzo come l’abate Luigi di Joinville e Alpetragio d’Ajello, rappresentativi della contrapposizione di due visioni del mondo, l’uno la piena ortodossia della fede e quindi il potere, l’altro il sapere e la conoscenza in quanto espressione delle infinite possibilità dell’uomo. Non manca una delicata storia d’amore con finale mozzafiato di tono più sentimental-spettacolare che guerresco tout-court, tesa a colpire principalmente la curiosità del lettore di antiche cronache medievali piene di “quegli arditi personaggi vestiti di ferro, che piacevano e piacciono tanto alle fantasie degli adolescenti “.
Roberto Musì - maggio 2009 |
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Forte del sostegno del papato, il francese Carlo d’Angiò, avido di terre e di potere, con un forte esercito nel 1266 calava in Italia per assumere, ad imitazione del primo re normanno, l’investitura di Re di Sicilia, duca di Puglia e principe di Capua. Sollevò le sorti della fazione guelfa con metodi brutali e spregiudicati, con il terrore esercitò il potere e il controllo sui territori italici, imponendo tributi e inviando soldatesche feroci ed aggressive che non esitavano a reprimere nel sangue ogni tentativo di resistenza e ribellione. Il Pontefice romano, il notaio del potere, s’era alleato con il mostro per ristabilire l’ordine e difendere prerogative, concedendogli il titolo di Vicario imperiale, e nominandolo senatore ed arbitro degli affari di Roma. Si accorse troppo tardi di essersi alleato con un mostro. Ma lo stesso papa Clemente IV, nel 1268, aveva risposto a Carlo circa la sorte di Corradino di Svevia appena catturato a Tagliacozzo: Vita Corradini mors Caroli, mors Corradini vita Caroli. Nel giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana, la città di Ajello era stata sottratta agli svevi e conquistata nel 1268 per la parte angioina dall’arcivescovo di Cosenza Tommaso Agni da Lentini, che aveva dovuto fare i conti con un’agguerrita resistenza ghibellina. Nell’aprile del 1269 Carlo d’Angiò diede ordine al conte di Catanzaro Pietro Ruffo, a lui fedele, di cingere d’assedio la città di Amantea, ancora in mano alla fazione sveva. Agli inizi di maggio l’esercito all’ordine del Ruffo e del giustiziere Giovanni di Brayda muoveva dalla città di Ajello, importante piazzaforte militare, trasformata in base per le truppe dell’assedio amanteota. Il numeroso esercito installò l’accampamento in un’ansa del fiume Catocastro, dando inizio al blocco di Amantea, con presìdi fissi e il pattugliamento delle vie e dell’intorno del colle sul quale sorgeva la città. Da Amantea non si usciva, e nessuno ormai poteva entrarvi. Il porto fu assaltato a più riprese, le barche distrutte e i cantieri danneggiati, impedendo ai marinai ogni attività di pesca e navigazione. Drappelli di cavalieri armati facevano la spola fra l’accampamento, nominato “Angiò” in quella circostanza, e le postazioni prossime alle mura cittadine, attuando un efficace blocco statico della città. L’operazione attuata in tarda primavera impediva agli assediati la dotazione di scorte alimentari, per cui era prevista una resistenza limitata a tre o quattro settimane al massimo. Ma Amantea non cedeva, sicchè, dovendo peraltro fare i conti con i costi necessari al sostentamento dell’esercito, i comandanti decisero di forzare con l’uso dell’artiglieria. Con l’impiego di decine di muli e schiere di forzati, da Ajello furono trasportati i pezzi delle macchine da lancio, trabucchi a contrappeso e catapulte, e rimontati sul colle Camolo, frontistante il versante settentrionale della rocca e della città, dopo che i ricognitori avevano individuato un possibile percorso lungo il lato destro del fiume Catocastro. Fu dunque perfezionato l’accerchiamento della città e il controllo totale dell’area dell’approdo. Ma Amantea capitolò soltanto a metà luglio, quando l’esaurimento delle scorte idriche e alimentari, le distruzioni, le epidemie e la svanita speranza di soccorso, la indussero alla resa. La vendetta angioina fu tremenda, esemplare, come lo fu dovunque fosse opposta resistenza. Su ordine del mostro i conquistatori, irrompendo nella città semidistrutta, incendiarono e devastarono abbandonandosi a violenze disumane. Dall’assedio, e dalla vendetta che ne seguì, la popolazione uscì stremata e decimata. I capi della resistenza sopravvissuti ai massacri furono catturati e incatenati per essere condotti nelle gelide segrete del castello di Ajello, in attesa dell’inevitabile condanna. Il mostro, fregiato di benedizioni e titoli, il “difensore romano”, aveva finalmente sopraffatto la sua preda, ed ora ne ghermiva le spoglie senza la minima pietà.
In quel tempo soggiornava ad Amantea un gioachimita di nome Tusco, ospite del monastero francescano. Era venuto dall’abbazia di Fonte Laurato, in territorio di Fiumefreddo, un’antico cenobio bizantino che nel 1201 era stato donato all’abate Gioacchino da Fiore. Il gioachimita ad Amantea cercava luce. Era sulle tracce del santo di Assisi di cui si diceva essere il padre della chiesa nel sopraggiunto “terzo status”, quello dello Spirito Santo, profetizzato da Gioacchino. Tusco assistette alle atrocità commesse dagli angioini e vide i dèmoni inviati dal trono di satana. Riconobbe in Carlo l’anticristo, il drago dalle sette teste e il re persecutore, e negli alleati i suoi accòliti. A quel punto si convinse che soltanto l’ira del Signore potesse salvare il mondo dall’inferno perpetuo e dalla sinagoga di satana. |
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Via Acquicella 26 87032, Amantea CS Tel 0982425369 – fax 0982 425412 – cell 333 5047694 Nel 1273, un giovane artigiano di Perugia si aggrega ad un drappello di Templari diretti in Terra santa. Viene a contatto con una consorteria segreta, a causa della quale viene condannato dall’Ordine e suppliziato. Torna segretamente in Italia con un imbarco per Messina, per poi raggiungere la città di Ajello passando da Amantea, nel giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana, alla ricerca di un amico e compagno di viaggio, un cavaliere angioino di stanza in quella guarnigione militare. Ad Ajello, il giovane fuggiasco si imbatte in uno strano quanto sorprendente gruppo di cospiratori. Conosce una ragazza e s’innamora, vivendo una intensa storia d’amore dall’epilogo tutt’altro che scontato. Gli anatemi notturni di un gioachimita contro l’anticristo, e l’inchiesta di un abate angioino sul conto di un mago e sapiente d’Ajello, completano il quadro di questo insolito racconto.
Sergio Ruggiero è nato ad Amantea nel 1962, dove vive e svolge la professione di architetto. E’ sposato e ha due figli. Appassionato lettore, ha già prodotto e pubblicato un altro racconto medievale dal titolo “Tre croci a Petramala”, raccogliendo numerosi apprezzamenti, in particolare per la singolarità degli argomenti. Cordialmente Sergio Ruggiero |
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Commento di Giuseppe Marchese Una manifestazione fatta rientrare dalla amministrazione comunale nel programma degli eventi dell’estate 2009 ed arricchita dal Coviello di Toto Sciandra. Nel corso della serata fuori programma la piazza gremita ha inteso ricordare lo scomparso Tonino Morelli rivolgendogli un caloroso applauso. La Rosa di Ajello è un testo che si impone di leggere per la sua capacità di sollevare emozioni rigo dopo rigo, pagina dopo pagina, personaggio dopo personaggio, evento dopo evento. Ecco le mie emozioni: “Che cosa sarebbe la vita senza emozioni? La sola risposta possibile è: Una vita senza emozioni. Cioè una vita piatta, monotona, o forse mònotono, come una chitarra che suona sempre la stessa nota od al massimo lo stesso motivo, magari sempre più lentamente man mano che le dita si irrigidiscono Certo il cuore farebbe sempre il suo costante movimento, ma non pulserebbe, né vibrerebbe; le mani non suderebbero, l’adrenalina non si riverserebbe bel sangue, il respiro non si rarefarebbe, né diverrebbe affannato, non avresti tremori agli arti, non sentiresti le tue viscere squassate e tremanti, non avresti paura, non ameresti, non odieresti. Bè si, magari non avremmo tic, nè attacchi di panico, ma il viso sarebbe sempre lo stesso, solo ogni giorno più vecchio, senza sorrisi e senza lacrime di gioia. Solo il dolore sarebbe parte della vita. No, non sarebbe vita. Sono le emozioni provocate dai piccoli piaceri e dispiaceri che danno colore alle nostre giornate, sono loro che ci permettono di ricordarcene negli anni. Sono le emozioni i momenti speciali della nostra vita, talvolta unici, imparagonabili. Emozioni sollevate dai tramonti, sempre eguali eppure uno diverso dall’altro, dalle donne, tutte diverse l’una dall’altra eppure tutte donne, come i libri, uno diverso dall’altro, e che ti sollecitano emozioni ineguali. Non tutti in modo eguale. E non tutti i tramonti, nè tutte le donne, né tutti i libri. Ma questo di Sergio Ruggiero certamente si. Sarà per il fatto di riconoscerti nella descrizione dei luoghi così da poterli e doverli sentire parte di te, della tua vita, come se quei sentieri li avessi qualche volta percorsi o quelle mura già viste. Sarà per il fatto di riconoscerti nella storia del tuo paese, che ora senti più orgogliosamente tua, quasi ne fossi stato protagonista, magari in un’altra tua vita. Sarà per il fascino della storia locale riletta nel romanzo, edulcorata e mitizzata Sarà per il fascino della storia di amore, di una storia difficile che, tra vicende alterne, si conclude senza chiudere la porta alla speranza. Saranno i passaggi repentini del testo che ti portano nel filo logico del romanzo ma sulle ali della leggenda e del mito, quasi fotogrammi di un film ancora non filmato, elementi spezzati di un puzzle che messi insieme si fanno riconoscere. Non è facile saperlo, tante sono state le emozioni provate e ritengo saranno ancora tante quando mi accingerò a rileggere questo testo Certo essere sollecitato ad immaginare l’antico porto nel Catocastro da secoli insabbiato e rivederlo, mai visto, pieno di vita quotidiana, non può non sollevare emozioni ed anche riflessioni. E rivedere la chiesetta bizantina ricordata da pochi, sconosciuta ai tanti, perfino ai cultori di storia della chiesa, e ora travolta dalla modernità costruttiva che uccide le memorie, nella ignavia di chi avrebbe potuto, se non dovuto, difenderla e non lo ha fatto, non può non suscitarti emozioniew tristi riflessioni. E poi come non provare emozioni di fronte al Folco giovane artigiano sognatore, che aspira ad altissimi traguardi sociali e morali, sorretto solo dalla sua nobiltà d’animo che guida i suoi passi, e dal suo coraggio che lo accompagna nella quotidianità. Come non vedere in lui le speranze dei giovani calabresi che partivano per terre sconosciute guidati solo dal proprio istinto per una vita migliore, forti di un coraggio mai mostrato, ricchi di una speranza mai incontrata? Come non sentire le viscere ribellarti di fronte alla violenza gratuita di Lodovico de Royre che uccide senza emozioni, uomini-numeri, folle di una paura che lo attanaglia o lo porta verso una violenza disonorevole. Come non leggere in Lodovico il MALE eterno, quello che non finisce mai, quello che, al massimo, si nasconde per ricomparire più forte da un’altra parte, in un altro romanzo, in un altro tempo, con spoglie diverse. Come non pensare a quel Lodovico scompare dal romanzo, unico a non aver patito, a non aver subito, se non la paura della perdita del suo potere, una figura senza regole, senza pietà, senza fede, senza coscienza. O come non leggere, in fondo, nella figura di Luigi di Joinville la disperazione di chi cerca in modo appassionato e violento il potere della cultura per riuscire ad imporre al mondo un nuovo governo. Una figura emblematica e straordinariamente intensa. Una figura di una fortissima attualità, sempre vigile e viva, anche se, essa, come tutte quelle che mirano al possesso totalizzante della cultura, in questa disperata ascesa, perde man mano i valori dell’uomo e sempre più il contatto con la quotidianità e giunge al punto di mentire, oltraggiare, offendere, ingegnandosi alla distruzione degli altri per confermare la sua sopravvivenza. E come non leggere nella invocata sanzione terrena non la mano del Signore, non la punizione divina, ma la resa di chi ha visto il suo sogno infrangersi e di chi ritiene inutile la sua vita. Una figura che vive, rappresenta e muore nella disperazione. E come non leggere nella figura di Vella il forte senso materno delle nostre antiche donne calabresi, capaci di ogni sacrificio, di ogni gesto di amore anche estremo. Come tutte le mamme direte voi. Forse, ma certamente le nostre nonne che sono sopravvissute ai figli morti in guerra e per il re( chi non ricorda il detto che “u masculu è du re” che si sentiva nelle campagne della nostra terra di Calabria e che spesso era alla base della stessa emigrazione-salvezza), che sono sopravvissute ai mariti emigrati e morti di silicosi. Emozioni a iosa nel sacrificio estremo di Vella, per amore della sua Rosa, e nella dolcezza infinita per il suo uomo Pepo al quale prima di morire dedica quel suo “sapevo di poter contare su di te” che è il più bel gesto d’amore di tutto il romanzo, che fa di Pepo un eroe-martire, in quel gesto infinito di amore per la sua Vella che egli si impone di raggiungere scavandosi la fossa a lei vicino. Sono certo che quando questo libro sarà tradotto in film questa scena farà piangere tantissimi spettatori, i quali faranno finta di soffiarsi il naso, come usano fare quando l’emozione ti chiude la gola con un groppo e ti umidifica gli occhi, quei finti uomini forti per evitare di farsi vedere deboli dalla propria moglie, amica o compagna. Piccole grandi figure di questo romanzo. Falene nella notte che si accendono di immenso. E poi è tutto un susseguirsi di volti, di immagini, di icone. Cominciando da Alpetragio, il saggio, l’uomo che condensava in sé la conoscenza totale, il mondo della cultura di quel tempo e che aveva unito alla conoscenza la saggezza quale elemento di unione e di diffusione. Alpetragio, il Federico II di Aiello. L’uomo al quale, come tutti i savi, bastavano poche parole, l’uomo che non faceva due volte lo stesso errore. Quasi un mito, salvo poi scoprire la capacità e la gioia di avere amato e di amare ancora. E poi di tutto. La mitezza di Cenzullo da Amantea. La forza dei banditi di Amantea,per quanto mitizzati, nello sforzo della ricerca della dignità della risposta dei calabresi alle vessazioni La dolcezza misteriosa di Sina che come un angelo custode compare e scompare sempre nei momenti opportuni La ipocrisia di Tommaso di Beaufort che mostra tutta la sua debolezza attendendo all’ultimo ordine di portatore di morte Uccidere per non essere ucciso. Bruto del suo possibile Cesare E poi Magog. La voce coscienza , quasi un Savonarola che anticipa i tempi. Ed infine Raniero e Rosa, lui il condensato della bellezza maschile, della forza, della saggezza che nasce dalla conoscenza, lei la donna bella, dolce e mite, ma insieme forte ed appassionata, stereotipo della donna un po’ madonna ed un pò amazzone. Raniero e Rosa, una coppia il cui amore chiude il romanzo con “la mia compagna e nostro figlio Folco” detto con un sorriso che appare l’emblema dell’intero romanzo. Chiuderebbe così il film immaginario che il romanzo ti induce a vedere, con questo sorriso di ambedue i protagonisti, un sorriso che lascia immaginare una complicità passata, presente e futura tutta da scoprire. E forse questo è anche il bello del romanzo di Sergio. Non finisce. L’autore lascia al lettore di immaginarne la prosecuzione. E questo immaginario forse suggerirà al nostro autore una nuova storia, un nuovo romanzo. Ecco concludo Non voglio mitizzare il libro, né mitizzare l’autore, ma nemmeno sottovalutarli. Ma in questo grigiore in cui mi pare versi la cultura locale, il libro ed il suo autore sono come un raggio di luce.” Giuseppe Marchese
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