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NOTIZIE DA AMANTEA |
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Il nuovo romanzo di Filippo Vairo “Mi chiamavo Rocco Campora” fra miseria, emigrazione e libertà di Vincenzo Segreti L’amanteano Filippo Vairo, poliedrico scrittore che nelle sue opere edite ha spaziato ottenendo i consensi della critica, da argomenti di arte culinaria a “ trattatelli” di penetrazione psicologica di eccentrici tipi umani (ricordano i Caratteri morali di Teofrasto), ad acute analisi politico-sociologiche della realtà locale, ha dato alle stampe il romanzo Mi chiamavo Rocco Campora . E così, dopo il racconto d’esordio Annetta, triste vicenda di morte e di dolore di una giovane, violentata da un padre-padrone, ambientata in un paese della Calabria, che era dominato dalla prepotenza dei ceti egemoni e dalla miseria del popolo, nonostante le isolate lotte di emancipazione democratica di alcuni progressisti, il secondo romanzo, pubblicato in una simbolica veste tipografica dalla Casa Editrice Pellegrini di Cosenza, affronta l’avventurosa storia di un emigrante: Rocco Campora, zio dell’autore. Vairo, questa volta, rappresenta, con maggiore dovizie di particolari, il panorama storico e socio-antropologico dell’ Amantea dei primi anni ’50, quando la dilagante povertà, la mancanza di lavoro, i conflitti sociali attanagliavano l’Italia e specie il Mezzogiorno, dove la discutibile politica della Ricostruzione non riusciva ad attenuare i gravi problemi esistenziali che gettavano nella disperazione le classi subalterne. Per far fronte alle supreme esigenze delle famiglie, si apriva, ancora una volta, la dolorosa via della emigrazione, considerata “ valvola di sfogo” per allentare le tensioni sociali e l’unico mezzo per produrre un certo benessere. In questo ambito lo scrittore colloca Amantea, descrivendo “un paese che sopravvive a fatica”, dove regna la supremazia e il paternalismo della nobiltà e della ricca borghesia e rari sono gli episodi della protesta popolare per una vita a misura d’uomo, organizzate dalla sinistra. Tale situazione, comune ad altre località della Calabria, nel volume, appare come la concausa del forzato esodo dei maschi in terre lontane fra “le cocenti lacrime delle donne”. Il caso di Rocco Campora è “sui generis”: il giovane, con la partenza per il Venezuela, non lascia il paese natale per farvi ritorno, dopo aver raggiunto una migliore condizione economica, ma intende restare in quella nazione transoceanica per sempre, cancellando dalla memoria la sua città e con essa il bagaglio di affetti familiari e di amicizie. Vairo fornisce un’originale ed interessante chiave di lettura di questa meditata decisione dello zio: Rocco matura tale proposito perché è avvilito da una esistenza puramente vegetativa, senza prospettive future, e soprattutto perché è demoralizzato dai continui dissidi con il padre, un personaggio d’epoca che ha accentrato nelle proprie mani le sorti della famiglia, al quale tutti devono solo rispetto. Per questi motivi il figlio “ribelle ed anarchico”, nel 1951 varca l’oceano. A Caracas per prima lavora in una falegnameria con i fratelli Luigi e Gennaro, che lo ospitano in una modesta abitazione, poi cambia più volte mestiere e finisce per eclissarsi, non dando più notizie di sé. Sulle tracce di questo “Ulisse” alla rovescia, di cui conserva lo spirito di avventura e di conoscenza, si pone, con curiosità ed affetto, il nipote, giungendo in Venezuela, dopo mezzo secolo dalla partenza del parente, in compagnia di amici. A Caracas conosce vari personaggi che gli raccontano le peripezie di Rocco Campora. Dalle loro parole emerge la figura di un uomo di bella presenza, onesto e generoso, assetato di libertà. Egli ha scelto per sempre una terra tropicale dai paesaggi esotici e selvaggi, che ha visto l’alternanza di governi dittatoriali e democratici, l’opulenza dei ricchi e lo squallore dei reietti nei “ ranchitos”. Il paese, però, è congeniale - come sottolinea Vairo - all’ansia libertaria del nostro protagonista, il quale, apprese la lingua e la cultura spagnola e sudamericana, dà libero sfogo alla sua alata fantasia, diventa a, suo modo, ora cantante, ora pittore, ora poeta, nonché inconsapevole filosofo d’impronta epicurea e rousseauiana, molto sensibile al fascino delle ardenti venezuelane. A questo stile di vita scapigliata partecipano anche i suoi amici, di cui l’autore traccia esaustivi profili, evidenziandone le diverse personalità. Finalmente zio e nipote al cospetto degli amici si ritrovano in una tipica abitazione della savana, dove Rocco con la famiglia vive, secondo natura, la vita di un novello Robinson Crosue, che ha smarrito l’originaria identità per riacquistarne una nuova (forse solo in apparenza), sotto le spoglie di Rocky Wilson. Il commosso abbraccio, i ricordi, il pressante invito a rivedere Amantea non fanno più breccia nel cuore di Rocco, ormai un venezuelano, che ha rimosso il passato e le sue radici, perduto “nel nuovo continente nello sfrenato inseguimento di se stesso”, pur foggiando la sua eclettica personalità nel generoso tentativo di realizzare il suo utopico ideale di vita. Particolarmente, questa seconda opera di Filippo Vairo assume i connotati del racconto-saggio, secondo i canoni, concepiti da Umberto Eco. L’autore, con felicità di scrittura, che in alcuni “topoi” raggiunge forme di prosa poetica, non soltanto articola con creatività le vicende straordinarie e complesse di Rocco, utilizzando opportunamente la tecnica del ”flashback”, ma le circoscrive in pertinenti cornici culturali che arricchiscono e non inceppano l’azione narrativa. Distaccandosi da una imperversante mania di scrivere romanzi “storici”, nei quali le deboli trame sono soffocate da una poco verosimile “paccottiglia storica”, Mi chiamavo Rocco Campora realizza a pieno tre scopi: la conoscenza di una particolare vita di un moderno “eroe omerico”, non priva di riferimenti autobiografici dell’autore che nella storia dello zio, inconsciamente proietta l’immagine libertaria ed anticonformistica di se stesso; svolgere un accurato esame comparativo di realtà e luoghi diversi di quel tempo, quali l’Italia, il Venezuela e la piccola Amantea, esempio significativo dell’antica arretratezza del Meridione; presentare un panorama esaustivo delle vicissitudini degli emigranti e delle loro famiglie. |
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